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Imago Dalmatiae. Itinerari di viaggio dal Medioevo al Novecento

Clissa

"Ogni sasso di Clissa, è d'una eloquenza storica clamorosa. La fortezza, vista da fuori, si presenta con proporzioni gigantesche, a tre terrazze una più alta dell'altra, su dirupi acuminati, granitici, inaccessibili. Sono tre sovrapposizioni, romana, veneta, turca. L'Austria ne restaurò qualche parte: ma coi mezzi attuali di guerra, non essendo più Clissa una fortezza di primo ordine, essa sorge presentemente sulla roccia come un monumento illustrativo di epoche passate e lontane. — Può entrare! — m'avverte l'artigliere, scuotendomi dal mio sogno, storico. E mi aggiro tra gallerie, bastioni, sotterranei e feritoie; mi arrampico su torrioni: da ogni punto si domina una vasta visuale. Sorge in un angolo una moschea, unica memoria del possesso ottomano, oggimai ridotta a magazzino. Da ogni parte la fortezza sta a picco su altissima roccia. Come mai la prendevano d'assalto? Doveva esser un'impresa abbastanza spinosa, certamente. Ogni punto della fortezza ha il suo nome. Ricercando con la fantasia ricordi storici, evoco la scena turbinosa di 10,000 soldati che la difendano e di 20,000 che la aggrediscano: ne nasce un conflitto spaventevole, assordante, col quale fa strano contrasto il silenzio sepolcrale che mi circonda. L'effetto generale della fortezza è però fantastico a dirittura. — A che serve ora? — A deposito di materiale da guerra: abbiamo 80 cannoni ed una quantità considerevole di armi e munizioni — mi risponde l'artigliere. — E quanti siete di presidio? — Un uffìziale e dodici soldati. Ben pochi, pensai tra me. E mi sovvenne che in quegli ampi magazzini vennero depositate migliaia di armi, talune preziose, tolte ai bosnesi, agli erzegovesi, ai dalmati. Altre migliaia, rimpiazzate da consimili di minor valore, adornano oggidì le panopolie private di uffiziali austriaci. Esco dalla fortezza sterminata per respirare un po' d'aria libera, mi fermo ancora un istante sulla piattaforma per ammirare il panorama spettacoloso di Spalato e dintorni; poi scendo alla vettura e proseguo il viaggio" (pp. 369-370).